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Vigna di Leonardo

Il percorso

La visita alla casa degli Atellani e alla vigna di Leonardo si articola attraverso un percorso di sette tappe, supportato da un’audioguida in dieci lingue diverse

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  • CRONACA DI UN PROGETTO - Piero Portaluppi e le case degli Atellani

    Non lontano dal Cenacolo di Leonardo da Vinci e di fronte a Santa Maria delle Grazie, la casa degli Atellani è, seppur modificata nei secoli, il solo edificio di corso Magenta che conservi ancora l’aspetto che presentava durante il Rinascimento. Ma chi erano gli Atellani? Gli Atellani, o della Tela, erano una famiglia di cortigiani e diplomatici, originari della Basilicata, giunti al nord nel corso del Quattrocento, al servizio dei duchi di Milano, di Ludovico il Moro e degli Sforza. È proprio il Moro, nel 1490, a regalare a Giacometto della Tela, capostipite conosciuto della famiglia, due case a corte con giardino situate lungo il borgo delle Grazie, l’attuale corso Magenta. Due case vicine e separate: l’una nel luogo dello scomparso numero civico 67; l’altra, probabilmente già ricostruita nel primo Cinquecento, nel luogo dell’attuale ingresso al numero civico 65. I discendenti di Giacometto le abitano fino al Seicento. Nel 1919 il senatore Ettore Conti ne diventa il nuovo proprietario e affida all’architetto Piero Portaluppi, suo genero, l’incarico di trasformarle nella sua nuova abitazione. Portaluppi abbatte il muro che le separava e s’inventa una casa sola, unendo le due corti preesistenti grazie a un nuovo atrio porticato, sotto il quale prevede l’ingresso all’appartamento padronale. La pianta della nuova casa viene riequilibrata intorno a un inedito asse prospettico che si spinge fino al giardino interno. In fondo al primo cortile, l’architetto riporta alla luce tre muri di affreschi probabilmente dipinti nel 1533 in occasione del matrimonio fra Francesco II Sforza e Cristina di Danimarca; altri frammenti d’epoca, come le arcate e lo sporto del primo piano, sono messi in mostra lungo le pareti del secondo cortile. Intorno al portale su corso Magenta, Portaluppi sigla il progetto con le finestre a triangolo polilobato e con il cancello, su cui disegna il motivo dell’orifiamma. Il volume e il fronte su strada attuale vengono ricostruiti dall’architetto nel dopoguerra, per rimediare alle distruzioni causate dai bombardamenti che, nell’agosto del 1943, si abbattono sulla casa. Portaluppi abitava nell’appartamento al pianoterra, proprio in fondo al secondo cortile, dove è tuttora appesa la casetta simbolo del suo studio.

  • LA SALA DELLO ZODIACO - Fare senza dire

    Decorare gli ambienti con immagini astrologiche era un’usanza già medioevale, comune prima agli edifici religiosi e diffusa, dalla fine del Duecento, anche agli edifici di carattere civile. La sala dello zodiaco di casa degli Atellani risulta già citata in un documento del 1544. La sala prende il nome dai segni dello zodiaco dipinti nelle lunette, mentre sulla volta compaiono i carri dei pianeti e, alle pareti, una carta d’Italia, la Rosa dei venti e alcune figure che rappresentano le stagioni. A fronte dei dodici segni zodiacali ora le lunette però sono quattordici: nel 1922 Portaluppi amplia la sala abbattendo l’obliquo muro finestrato che la delimitava; dopodiché decora lo spazio aggiunto con gli astrolabi che tanto amava e disegna due nuove lunette, riconoscibili dal proprio motto faire sans dire e dalle iniziali H e J, che starebbero per Hector e Joanna, i nomi di Ettore Conti e di sua moglie, Giannina Casati. Sul mosaico del pavimento Portaluppi ridisegna pianeti e segni dello zodiaco, in corrispondenza degli affreschi in parete, e traccia in diagonale, dove poggiano le due colonne, l’ingombro del muro abbattuto, che era poi il muro che separava le due vecchie case. Piero Portaluppi resta fra i più importanti architetti del Novecento milanese: fra le tante opere rimaste in città, sono sue, su diverse scale d’intervento, il palazzo con l’arco e il planetario in corso Venezia, il palazzo della Banca Commerciale in largo Mattioli e villa Necchi Campiglio in via Mozart. La sala dello zodiaco è il capolavoro dell’arte mimetica di Portaluppi, della sua capacità di mescolare vero antico e falso storico. In buona sostanza, la parete a occidente è molto manipolata, ma le pareti a oriente, restaurate dall’architetto e da Conti nel 1922, sono autentiche. Non si conosce l’autore di questi affreschi; un’ipotesi li vorrebbe opera degli Avogadro di Tradate, una famiglia di pittori attiva per generazioni nel Cinquecento.

  • LA SALA DEL LUINI - Un caso di devozione cortigiana

    Gli Atellani erano una famiglia devotissima agli Sforza, dinastia cui restarono fedeli sempre e per la quale, nel corso delle guerre d’Italia del primo Cinquecento, svolsero diversi incarichi diplomatici. Il segno di questa devozione è senz’altro la Sala dei ritratti, la sala al pianterreno della casa dove sono dipinti, sotto una volta a lunette completamente affrescata con arabeschi e motivi vegetali, quattordici tondi con le fattezze di altrettanti uomini e donne della dinastia sforzesca. Per identificarli, è necessario decifrare l'iscrizione che accompagna ogni ritratto. Nei quattordici manca Cristina di Danimarca, la giovanissima moglie di Francesco II: un’assenza che ragionevolmente colloca la realizzazione dei ritratti a dopo il 1522, anno della seconda restaurazione sforzesca, ma non oltre il 1533, anno del loro matrimonio. I quattordici personaggi ritratti sono: esattamente sopra l'ingresso Muzio Attendolo Sforza, padre di Francesco I e capostipite della casata; alla sua sinistra Francesco II, l'ultimo duca, e alla sua destra il fratello Massimiliano, il penultimo. Sui due lati lunghi si fronteggiano quattro coppie, maschi contro maschi, femmine contro femmine: a sinistra dell'ingresso, nell'ordine, Bianca Maria Visconti e il marito Francesco I, Ludovico il Moro e la moglie Beatrice d'Este; a destra, nell'ordine, Bona di Savoia e Galeazzo Maria, successore di Francesco I, e Gian Galeazzo Maria e Isabella d'Aragona, la coppia che invano cercò di regnare, sempre osteggiata dal Moro. Sul lato corto dirimpetto il cardinale Ascanio, fratello di Ludovico, è attorniato da Bianca Maria, figlia di Galeazzo Maria, e dal marito Massimiliano I d'Asburgo, l'unico intruso della compagnia. La sala dei Ritratti è ormai attribuita con certezza a Bernardino Luini e bottega, ossia a Bernardino Luini e ai suoi quattro figli. Solo gli intrecci floreali del soffitto e delle volte, però, sono gli affreschi originali. Nel 1902, onde impedirne la più volte minacciata vendita all’estero, i ritratti sono stati acquistati dal Comune e trasferiti al museo del Castello Sforzesco, dove giacciono tuttora esposti. Gli affreschi presenti in sala oggi sono delle copie realizzate negli anni venti, all'epoca del progetto di Portaluppi.

  • LA SALA DELLO SCALONE - Dagli Atellani in avanti

    Lo scalone di casa degli Atellani ci consente di dare uno sguardo al resto della storia di questo edificio. Dagli Atellani ad Ettore Conti, in quattro secoli di storia le case passano attraverso tre differenti proprietà. Nel Seicento Barbara, ultima erede di Giacometto, sposa il conte Cesare II Taverna, discendente diretto di Francesco Taverna e appartenente a una delle più importanti famiglie milanesi dell’epoca. Con la morte di Barbara le case vengono perciò trasmesse in eredità ai Taverna, che non le abitano mai e nel 1778 le rivendono alla famiglia Pianca. Toccherà a Don Angelo Pianca, nel 1823, promuovere la prima trasformazione, in senso neoclassico, dell’edificio, per mano dell’architetto Carlo Aspari e di suo padre, l’incisore Domenico. Le case cambiano di nuovo proprietario nemmeno trent’anni dopo, grazie al matrimonio dell’unica erede Pianca con il conte Martini di Cigala. Nel 1919 i Martini di Cigala, nobili torinesi, le rivendono ad Ettore Conti.

    Il primo progetto di Portaluppi, nel 1922, ridisegna corti e giardino e rivoluziona la struttura e gli interni dell’edificio, lasciando però intatta, su corso Magenta, la facciata neoclassica degli Aspari, che sarà cancellata dal nuovo progetto del dopoguerra. Già nel 1922 questo scalone, pensato da Portaluppi, portava all’enfilade dei grandi saloni di rappresentanza del primo piano, abbattuti dai bombardamenti: la cosiddetta sala Omnibus, il vestibolo, la sala del bigliardo e il salone degli specchi, oltre alla sala da pranzo, l’unica conservata nello stesso volume. I fregi floreali vicino al soffitto ornavano il fronte sul giardino e fanno parte delle tante tracce e reliquie del tempo degli Atellani, ritrovate e riposizionate dall’architetto durante il cantiere: come la crocifissione e il quattrocentesco trono di grazia alla lombarda, sulle pareti accanto all’ingresso. Piero Portaluppi concede l’onore delle armi alle famiglie Taverna, Pianca e Martini incastonandone gli stemmi gentilizi nella balaustra dello scalone. Alle pareti si trovano una pianta settecentesca della casa, allora di proprietà dei conti Taverna, e una copia coeva del Veronese.

  • LO STUDIO DI ETTORE CONTI - Dal taccuino di un borghese

    Il senatore e ingegnere Ettore Conti è il primo, vero magnate dell’industria elettrica italiana. Con le sue imprese, nel primo Novecento, costruisce molte centrali idroelettriche nelle valli alpine, di regola su progetto di Portaluppi, diventando uno dei più importanti industriali del ventennio fascista. Primo presidente di Agip e presidente di Confindustria, incaricato di missioni economiche all’estero, presidente per quindici anni della Banca Commerciale: uno dei rari italiani che Mussolini non riusciva ad intimidire. Questo è il suo studio. Sopra il camino è esposto lo stemmone di alleanza concepito per il matrimonio di Cristina di Danimarca e Francesco II Sforza, probabilmente ordinato dagli Atellani per rimediare all’assenza di Cristina dal novero dei quattordici ritratti sforzeschi. Lo stemmone è composto dalle insegne di tutte le armi coinvolte nel matrimonio. I quarti a sinistra, l’aquila dell’Impero e il biscione concesso dai Visconti, valgono per Francesco II; i quarti a destra valgono per Cristina. I tre leoni rappresentano la Danimarca, le tre corone la Svezia, il leone d’oro la Norvegia, il drago d’oro il regno dei Vendi, sul mar Baltico; nel riquadro, due leoni rappresentano lo Schleswig, la foglia d’ortica l’Holstein, il cigno la contea di Storman e le due fasce rosse l’Oldenburgo. La biblioteca e le pareti dello studio, con tanto di cariatidi, sono rivestite di boiserie seicentesca di scuola valtellinese. I quattro ritratti di cani vengono attribuiti al pittore barocco tedesco Rosa da Tivoli, mentre sulla parete opposta è appesa una Torre di Babele di Marten van Valckenborch, pittore fiammingo del tardo Cinquecento. Nel 1946 Ettore Conti pubblica Dal taccuino di un borghese, le proprie memorie d’anteguerra. Muore nel 1972, all’età di 101 anni. È sepolto assieme alla moglie nella quarta cappella a sinistra di Santa Maria delle Grazie, la basilica di cui per due volte, prima e dopo la guerra, ha finanziato i restauri. In un’altra cappella delle Grazie, la sesta sulla destra, riposano gli Atellani.

  • IL GIARDINO DELLE DELIZIE - Le novelle di Matteo Bandello

    La casa degli Atellani vive la sua età dell’oro nel periodo che va dal 1490, l’anno in cui Ludovico il Moro regala la proprietà a Giacometto, al 1535, l’anno in cui, dopo tante vicissitudini, Francesco II Sforza muore e il Ducato di Milano passa definitivamente allo straniero. È in questi anni che Matteo Bandello, frate domenicano di stanza alla Basilica delle Grazie, cortigiano e letterato, nonché caro amico dei figli di Giacometto, ambienta la maggior parte delle sue Novelle. Le 214 Novelle di Matteo Bandello, pubblicate nel 1554, sono in genere riconosciute come il novelliere più importante del sedicesimo secolo. Molte novelle sono annunciate dagli Atellani, oppure hanno gli Atellani come spettatori; molte vengono raccontate e ambientate sullo sfondo della loro casa e del loro giardino, luogo di cene e feste, centro privilegiato della vita mondana milanese. Proprio sul terreno che si estendeva di fronte a questo giardino, dall’attuale corso Magenta all’attuale via San Vittore, Ludovico il Moro sognava di costruire un quartiere residenziale, dove ospitare i suoi cortigiani più fedeli. Il sogno non sopravvisse alla caduta del Moro, nel 1500, ma l’area arrivò comunque verde e intatta fino al 1922, ossia fino agli anni del primo progetto di Portaluppi e della fondazione della via privata de' Grassi, attuale confine della proprietà di casa degli Atellani. Le foto d'epoca restituiscono l’immagine di un giardino trascurato, con una lunga serra a dividerlo in due; nell'Ottocento il giardino di casa degli Atellani era invece un giardino romantico all’inglese al quale dicono avesse messo mano Ercole Silva, l’architetto paesaggista che, nel primo Ottocento, aveva introdotto il giardino all’inglese in Italia. Lo stesso giardino viene riprogettato da Portaluppi secondo nuove regole di simmetria, intorno a un viale prospettico composto da cipressi, ornato di anfore e statue in pietra, completato da parterres e fontane. L’ala orientale dell’edificio confinante con il Palazzo delle Stelline è il solo volume aggiunto ex novo da Portaluppi nel progetto del 1922. Portaluppi, che non lasciò mai la sua casa, neanche durante la guerra, neanche sotto i bombardamenti, muore nel 1967, e riposa oggi al Cimitero Monumentale. Al suo giardino, nel dopoguerra, il nipote e architetto Piero Castellini ha levato la polvere, in parte limando le fughe e le siepi disegnate dal nonno.

  • LA VIGNA DI LEONARDO DA VINCI - Una passione nascosta

    Leonardo da Vinci si trasferisce a Milano, alla corte di Ludovico il Moro, nel 1482. Sedici anni dopo, nel 1498, Ludovico regala a Leonardo una vigna. Una vigna di forma rettangolare, larga 59 metri e lunga 175 metri, estesa nella direzione dell’attuale via de’ Grassi: una vigna di quasi sedici pertiche, oltre un ettaro di terreno. Parte della vigna di Leonardo si trovava qui, nel perimetro dell’attuale giardino di casa degli Atellani. Leonardo da Vinci muore in Francia, ad Amboise, il 2 maggio 1519. Nel testamento ordina che la sua vigna, mai dimenticata, sia suddivisa in due lotti uguali: l’uno a Giovanbattista Villani, il servitore che l’ha seguito fino alla fine; l’altro all’allievo prediletto, Gian Giacomo Caprotti detto il Salaì. Villani cede il proprio lotto a un monastero; Salaì, che qui aveva costruito una piccola casa, viene ucciso con un colpo di schioppo proprio in questi paraggi, il 19 gennaio 1524. Dopo la sua morte Francesco II Sforza, ultimo duca di Milano, dona il lotto a Giovan Francesco Stampa, un cugino lontano di Barbara Stampa, moglie di un figlio di Giacometto. Sulla Vigna di Leonardo cade l’oblio per quattro secoli, fino ai giorni in cui Portaluppi avvia il cantiere di casa degli Atellani. È in questo periodo che l’architetto Luca Beltrami, grande storico di Leonardo, verifica sugli atti e i documenti rinascimentali la possibile esatta posizione della vigna, proprio in fondo a questo giardino. Ed è in questo periodo che Beltrami identifica e fotografa la vigna di Leonardo e del Salaì, incredibilmente ancora intatta, prima che venga distrutta da un incendio e dalle urgenze dell’urbanistica. In questi ultimi anni la Fondazione Portaluppi e gli attuali proprietari della casa hanno promosso una ricerca intorno al sito della vigna di Leonardo. Scavando nell’area riconosciuta da Beltrami sono stati individuati i camminamenti che regolavano i filari della vigna, seppelliti sotto le macerie dei bombardamenti del 1943. Grazie al materiale organico ritrovato il professor Attilio Scienza, massimo esperto di dna della vite, è riuscito a risalire al dna del vitigno coltivato da Leonardo: la Malvasia di Candia Aromatica. Sulla scorta di questi risultati, in fondo al giardino di Casa degli Atellani, nel luogo in cui la riconobbe Luca Beltrami, nel rispetto del dna identificato del vitigno e secondo i filari originari, nel 2015 è stata ripiantata, ed è rinata, la vigna di Leonardo da Vinci.

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